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Libri

Indice dei libri e note critiche pubblicati in questa sezione
 
L’IDEOLOGIA DEL DENARO. Tra Psicoanalisi, Letteratura e Antropologia - Autore: Adriano Voltolin (Bruno Mondadori 2011)
Nota critica di Eva Gerace
 
ZEFIRA - Autore: Gioacchino Criaco (Rubbettino edit. 2009)
Nota critica di Francesco Idotta
 
ROTTE MEDITERRANEE. Dal Mare sopraggiunge l’Altro, Messaggero di novità - Autore: Francesco Idotta (Città del Sole Edizioni 2009)
Nota critica di Eva Gerace
 
SANTA MARIA DELLE BATTAGLIE - Autore: Raffaele Nigro (Rizzoli 2009)
Nota critica di Francesco Idotta
 
 
 
 
 
 
 
 
Adriano Voltolin - L’IDEOLOGIA DEL DENARO. Tra Psicoanalisi, Letteratura e Antropologia. (Bruno Mondadori 2011)

Nota critica di Eva Gerace

Molte discipline sono interessate al concetto di denaro: l’antropologia, la filosofia, la teologia, la psicoanalisi e, soprattutto, la politica e l’economia.

L’ideologia del denaro è un libro di somma attualità: in un’epoca di consumismo estremo, in cui i limiti si oltrepassano costantemente, dove tutto sembra essere possibile, le macchinazioni di una società strisciante e senza scrupoli hanno effetti devastanti sul singolo soggetto. Affrontando un tema così concomitante, il libro mostra come, in un'epoca di crisi, segnata dalla quasi totale assenza di regole, capaci di governare i meccanismi economici, il funzionamento dell'economia reale perda significato civile e sociale e si avvicini sempre più alle pulsioni individuali che, come Freud aveva detto, sono, in quanto tali, incontrollabili. I cinque contributi raccolti di Adriano Voltolin, Rolf Haubl, Claudio Widmann, Lorenzo D'Angelo e Franco Romanò, indagano dal punto di vista della psicoanalisi, della letteratura e dell'antropologia le fantasie di ricchezza illimitata generate dalla dominante ideologia del denaro.

Possiamo trovare diversi principi, nella lettura di questo libro: Freud ha connesso i soldi alla fase anale. In una lettera a Fliess, Freud situa il nesso tra un tratto del carattere, l'avarizia, il denaro e le feci.

Le pulsioni del trattenere e dell’espellere e le dinamiche di gratificazione e/o potere, si trasferiscono, simbolicamente, sul denaro. Quante volte abbiamo sentito dire: “Denaro, sterco del demonio”.

Proseguendo con una lettura psicoanalitica, sulla pulsione anale, sappiamo che l’eccesiva tendenza alla pulizia, l’ordine, l’avarizia, l’ostinazione fino alla caparbietà, la propensione alla collera e alla vendicatività sono “formazioni reattive” contro l'interesse per le feci. Mostrano così il loro erotismo anale.

Gli autori, hanno appreso l’importanza della scoperta di Freud, il quale già dal principio della sua pratica terapeutica aveva ritrovato, per esempio, come molte costipazioni intestinali sono sciolte dal lavoro psicoanalitico quando si prende in esame il complesso del denaro.

La lettura confortante di questo libro ci ha fatto ricordare Lacan quando ha detto: “È probabile  che il primo significato a cui si estende l'interesse per le feci non sia l'oro-denaro, dove è evidente il gioco significante, anzi il regalo”.

Avendo presente che alla base del meccanismo sociale dello scambio, studiato da economisti e filosofi, da Smith a Marx, c'è, per Marcel Mauss, il dono, il quale, secondo questo autore, non e gratuito o disinteressato e istituisce l'obbligo di ricambiare, stabilendo così il debito per chi ha ricevuto il dono. Gli autori, che hanno fatto molteplici letture, sostengono non solo come il simbolismo specifica la condizione umana, bensì, al modo di Mauss, rivelano nel loro percorso, come questo fenomeno sociale si sostenga attraverso della dinamica dello scambio, del dono e del debito e come parte in questa condizione simbolica si trovi il problema del denaro.

Da questa visione, di conseguenza, il tema del denaro è molto specifico, pertanto rialza la questione simbolica del suo impiego. L’Ideologia del denaro, ci permette di approfondire l’approccio della psicoanalisi, dell’antropologia, della sociologia e della letteratura riguardo al denaro.

Fino oggi eravamo attenti a capire come le pulsioni influiscono il soggetto, la particolarità rilevante di questo libro è che permette una lettura inversa: come il denaro influenza le pulsioni. Anche l’amore, i rapporti in genere, la vita.

Il libro mette in guardia sul fatto che nella società delle merci, il denaro, oltre che come equivalente generale nella struttura economica, diventi anche il mediatore simbolico principale dell'acquisizione del mondo da parte degli individui e del loro legame sociale, innescando la dinamica dell'alienazione e della colonizzazione mercificata della vita. Così, ci spiegano gli autori, il denaro passa a confrontarsi con le estensioni principali del sapere e del potere.

La preoccupazione degli autori è farci intendere il peso dei soldi, il quale, anche se non se ne parla, e precisamente per questo è così tanto poderoso, giacché hanno addirittura un’eroticità uguale al sesso… alcuni dicono perfino di più. Il denaro è l'oggetto per eccellenza e ha la capacità di impadronirsi di tutti gli oggetti, incluso l'uomo, ridotto a merce, a forza-lavoro. Non a caso, Claudio Widmann, nel suo saggio scrive: “Il senso della crisi e la crisi del senso”, e parla “Del vendere l’anima” e del “Valore del denaro, i valori dell’uomo”.

Penso che il libro ci voglia far riflettere sul fatto che, se il problema morale di oggi è sul potere (potere illusorio, che permette il dominio di uno sugli altri) che dà il denaro, la pulsione di morte appare anche nell’amore per il denaro: più un soggetto rimane bloccato dalla frustrazione, più sogna di arricchirsi economicamente.

Secondo gli autori, lo stato attuale del pianeta conferma le diagnosi di Freud e di Keynes. La globalizzazione, tutt'altro che inoffensiva, ha originato conflitti armati già anticipati da Freud quando parlava del "narcisismo delle piccole differenze".

Ci sono persone che non vogliono porsi la domanda vera, quella che potrebbe aprire la paratia che dà accesso alla verità dell’essere: è necessario coraggio per poter lasciare le illusioni, scegliere di navigare, accettando le differenze.

Sovvertimento dei valori “capitalizzando” un’analisi, sembrano dirci, in atto, gli autori. Il pensiero di Lacan sul denaro ancora la relazione analitica a uno scambio che implica un prezzo da pagare. Se il denaro ha sempre a che vedere con il debito inconscio, nella cura si verifica che alcuni soggetti non vogliono mai regolare i loro debiti, mentre altri pagano sin troppo, anche con la loro persona. Per le sue inibizioni, frustrazioni, il soggetto, si posiziona come merce per il godimento del’Altro. Il libro, L’ideologia del denaro ci consente di capire il ruolo dell’uomo di oggi come merce.

Pensiamo, che un concetto basilare che gli autori intendono esplicare sia che la psicoanalisi sostiene una prassi di lavoro diversa da quella sostenuta dalle pratiche che fanno riferimento al falso metodo del mercato, dove il denaro è il principio simbolico negoziatore. Lo psicoanalista non riceve né per amore né per amicizia. La funzione del denaro nell’analisi è molto specifica, con il pagamento si sostiene un distacco, l'analizzante paga per poter avverare l'incontro con l'enigma della sua stessa parola, oltre alla sofferenza che l'ha portato a domandare un'analisi. Lacan lo dice a modo suo: si deve pagare con una propria libbra di carne, il soggetto deve accettare di perdere qualcosa per poter realizzare il cambio di posizione soggettiva. La psicoanalisi propone che il soggetto subisca una perdita, il contrario di quello che propone la voracità del mercato. L’analizzante paga per una perdita, prezzo simbolico per un lavoro che dia la possibilità della costruzione del fantasma inconscio. 

Il libro L’ideologia del denaro. Tra Psicoanalisi, Letteratura e Antropologia, consta di un’introduzione e cinque saggi:

  • “Un desiderio imperioso e insaziabile”. Note psicoanalitiche sull’avidità di denaro. Di Adriano Voltolin
  • “Il denaro governa il mondo – esterno e interno”. Di Rolf Haubl
  • “Il senso della crisi e la crisi del senso”. Di Claudio Widmann
  • “Il duro lavoro e i soldi veloci” – L’economia occulta dell’estrazione miniera in Sierra Leone. Di Lorenzo D’Angelo
  • “Il cesello arrugginito”. Il denaro nelle rappresentazioni letterarie. Di Franco Romanò

Nell’Introduzione, Adriano Voltolin, ci presenta gli studi degli altri autori.

“Quello che Franco Romanò stesso e Claudio Widmann ci fanno notare è che un arricchimento infinito e ottenuto senza fatica, per magia, lo si ritrova anche in favole e leggende popolari antichissime”. Arrivando a una conclusione, non tanto allettante, su quello che la clinica psicoanalitica oggi induce a vedere: “le strutture nevrotiche siano ormai più rare di quelle che presentano ampi settori di funzionamento psicotico”. Quando ci introduce il lavoro di Lorenzo D’Angelo, Voltolin spiega che “I diamanti sono custoditi, dentro la terra, da demoni che possono vendicarsi su chi li strappa alla naturalità della loro condizione”. “Il denaro ottenuto velocemente e in misura relativamente straordinaria, evoca una colpa che è tanto più difficile da controllare quanto maggiore è il desiderio di avere sempre di più”. E, continua Voltolin: “La de-moralizzazione della ricerca del profitto e la disinibizione del rischio di cui ci parla Rolf Haubl pongono indirettamente in luce questioni che sono di stretta attualità politica ed economica”.
 

Articolo: Un desiderio imperioso e insaziabile

^SOPRA^

 

Gioacchino Criaco - ZEFIRA  (Rubbettino edit. 2009)

Nota critica di Francesco Idotta

In Zefira Gioacchino Criaco crea una narrazione d’attesa, in cui la parola è un elemento perforante, che permette di spingersi tra le spire di un animale strisciante e senza scrupoli. L’autore attende che gli eventi giungano sulla punta della penna e si spalmino sulla carta, come sangue. Esumare la verità di una storia millenaria è quasi impossibile: troppe sono le varianti; tuttavia il tentativo di chiarirne i meccanismi, almeno i più recenti, sembra essere il dovere che l’autore si è posto, nell’attimo in cui ha deciso di attendere, insieme a Luca Rustici, il protagonista della vicenda, che gli eventi accadessero, divenissero flusso creativo.

Dalla cruda realtà calabrese, indecifrabile e misterica, Criaco succhia la sua storia.

Il genere dentro il quale inserire questo libro non è ben definito: assomiglia la scrittura di Zefira a un flusso di coscienza… ma le situazioni riportano alla tradizione degli intrecci polizieschi… la cura dei dettagli e la partecipazione emotiva dell’autore farebbero pensare a un romanzo autobiografico… la precisa conoscenza dei luoghi e della mentalità dei protagonisti indurrebbe a pensare a una scrittura figlia di una indagine antropologica… ma non manca il getto creativo del romanziere.

Un libro moderno, in cui la Calabria è vista con gli occhi apparentemente distaccati di un settentrionale. Un uomo dell’ordine… un uomo dalle grandi sofferenze personali, il quale, suo malgrado, si ritrova a scartabellare in un archivio polveroso… nel tentativo di districare una matassa, volutamente ingarbugliata… aggrovigliata da mani esperte, capaci di avviluppare situazioni e persone… in una stretta mortale.

Raccapricciante paesaggio, quello di Zefira, un contesto in cui gli uomini conducono la loro lotta per la sopravvivenza… uomini all’apparenza miti e generosi, i quali hanno l’inconscio segnato dalla violenza… basta toccare un tasto, per riportare alla coscienza quanto dorme nella foresta… una belva sanguinaria, mai timorosa di azzannare alla gola la preda.
La Calabria di Criaco è veramente così terribile?... sembra proprio di sì. Non esiste una salvezza, nemmeno nell’arte… pure l’arte è usata e abusata, con l’unico fine di volgere gli eventi a proprio vantaggio.

Il malavitoso di Criaco è un uomo che sta nell’ombra, tra le montagne, alla periferia. Abita montagne e marine dal fascino incontestabile, capaci di ammaliare le anime settentrionali, come quella di Luca e di un pilota tedesco, caduto su un Aspro-monte durante la seconda guerra mondiale e incapace di separarsi da quella terra che lo aveva richiamato a sé con tanta forza.

Sono strani gli abitanti di Zefira, sono mafiosi, ma non pensano sia una cosa di cui vergognarsi… essere mafiosi è un punto di onore, non tutti possono appartenere a quella misteriosa e sacra famiglia, in cui i sacrifici agli dei si fanno col sangue. Non c’è vita che valga più del potere… non c’è persona che, amica fino a un minuto prima, non possa essere bersaglio per un colpo di pistola… se il mistero lo esige… se il territorio deve essere difeso…

Il bene e il male vanno a braccetto… in una commistione che non consente il minimo errore. Può mai il figlio di un malandrino scrollarsi di dosso questa croce? Potrà mai liberarsi dall’onta dell’odio che ha armato la mono dei padri, i quali hanno versato sangue e sudore?

Il percorso pulito di un figlio di questa terra deve essere ribadito in ogni istante… si deve filare dritto… basta una contravvenzione per ricaricarsi dell’onta, la quale è come un tatuaggio: forse può essere nascosto, ma non eliminato… non del tutto, almeno.

Qui esiste la mala politica, la mala sanità, la mala amministrazione, ci dice Criaco… ancora sentimentalmente legato a Greci e Fenici… ma esiste ancora a Zefira il minimo ricordo di Zaleuco e di Tommaso Campanella? Chi erano costoro?… chi erano?… e chi ha calpestato le spiagge ioniche tra il XV e il XX secolo? perché l’imbastardimento è più forte della mediterraneità?

Il pensiero si è sviluppato ad Atene… non a Sparta… Zefira sembra essere figlia di Sparta, sua alleata nelle guerre, sua debitrice: da lei ha forse appreso il coraggio di versare sangue senza batter ciglio.

È un libro che parla di Mafia, quello di Criaco? Senz’altro, ma non solo! È un’opera letteraria che ha una funzione catartica? Certamente no. Ha una funzione narrativa: racconta una storia per il gusto di raccontarla, come testimonia la nota dell’autore che chiude il libro. Il quale, come ogni narratore che ama raccontare, spera che i suoi personaggi a un certo punto prendano vita e irrompano sulla scena, quasi come un deus ex machina, capace di cambiare la mente del lettore. Ogni narratore, anche il più dissacratore, ha un intento segreto… Criaco sa che l’art pur l’art lascia un godimento forte quanto fugace… quindi, spera che la sua parola continui a perforare la roccia… possa scalfire il volto di coloro che ammazzano il giorno e la notte…

A Zefira il male atavico trova la certezza della sua incidenza sul reale… qui il male si concretizza… ha un odore, come anche il bene… il bene di Criaco ha un odore che piace alle donne, (per citare un passo del libro) un odore che sa di bosco, ma non di rancido, piuttosto di fresco, di pulito.

Non pensiate di trovare un lieto fine… né una triste fine… la fine di questo libro è inconclusa come la vita. La certezza di una scelta e il dubbio dell’errore vivono tra le righe, le quali si fanno beffa delle certezze del lettore. Perché gli assassini di Zefira hanno una coscienza… nel senso che hanno piena consapevolezza del male e del dolore che sono in grado di infliggere, senza battere ciglio.

Qui la morte viene distribuita come se fosse un dono… anche le mamme la danno ai figli… perché, scrive Criaco, le donne sono come le mucche, quando il latte si avvelena somministrano la morte dalle mammelle ai figli…

Ogni figlio di questa terra ha scansato, almeno una volta, la morte, anche senza essersene accorto, perché è difficile individuare “la regola infranta”… e chi l’ha trovata non ha fatto in tempo a trasmetterla ai posteri… solo gli scrittori e i poeti possono cantarla impunemente, perché questo dà onore… e non è infamità… Anche Rosa Balistrieri canta insieme a Criaco il sangue di questa terra… insieme si chiedono chi può fare luce… in questo paradiso in sembianze di inferno, nel quale devi soffrire molto prima di coglierne le delizie…

Un urlo… per dire che Durmimu sutta e filici ‘nta lundi… spettàndu sempri a cui non veni mai… Figghiòli belli chi p’amuri campàti… penzàti e nostri cori disperàti.

Liberaci signore dal Male… questa frase qui risuona ambigua… perché il male, dai signori di Zefira, è perseguito come una possibilità salvifica: loro non vogliono liberarsi dal male, dalla possibilità di infliggerlo. I giovani sembrano voler alzare la testa: urlano contro la delinquenza, ma il loro grido è un canto satanico, un canone inverso, una invocazione al maligno. Come possono i cortei lasciare traccia, se dietro ci sono i discendenti di quella genia, i quali fingono un coro, solo per alzare polvere ed accecare il nemico?

Qui c’è il sovvertimento dei valori: in questo libro lo scrittore ha dato la sua penna alla storia, essa si è scritta e lui, in alcuni casi, ne è uscito spossato, privato di forza. La frase è costruita con immediatezza, solo così, Criaco, ha potuto scompigliare le carte incollate l’una all’altra. Cogliendo di sorpresa i protagonisti li ha trascinati sulla scena e li ha fatti recitare, senza che loro avessero voglia di farlo, per questo risultano spontanei e veri. Animati da quella verità che Criaco spera che il lettore riesca a cogliere nelle sue creature.

Ma che senso ha scrivere di mafia, oggi, oggi che la mafia si è diffusa come un cancro in tutti gli strati sociali? Dalla morte di Sciascia son passati vent’anni, la sua Sicilia è diversa dalla Calabria di Criaco; le indagini dei suoi personaggi sono diverse da quelle di Luca Rustici: il Luca di Criaco è silenzioso come Gitano, il suo cane, ma non per paura, bensì per il desiderio di penetrare nel mistero, col rischio di restare imbrattati di male, perché se non ti insudici le mani non potrai mai individuare la chiave di volta che tiene in piedi questo sistema millenario.

Rustici e Gitano, guidati da una mano invisibile, connettono due storie apparentemente lontane e conducono il lettore da un capanno tra i boschi a un tribunale, piccolo, di provincia, tra le pareti del quale la giustizia è soffocata da una pressione sorprendente; per ritornare alla normalità occorre la camera iperbarica, ma una volta che conosci le profondità e gli abissi non puoi più distaccartene… vuoi toccare il fondo per scoprire di che pasta è fatto il mistero che spinge l’uomo a raggiungere così straordinarie cime di nefandezza.

Qui Criaco sospende ogni giudizio di merito e lascia il lettore a combattere con le sue creature, a interrogarle. I personaggi di Criaco non dicono a tutti, ma solo a coloro che scavano tra le righe, scompigliando le parole del narrato per ricomporre una storia, in cui il male non è un male… ma un personaggio che cerca di sopravvivere…
 

^SOPRA^

 

Francesco Idotta - ROTTE MEDITERRANEE. Dal Mare sopraggiunge l’Altro, Messaggero di novità (Città del Sole Edizioni 2009)

 Nota critica di Eva Gerace

“Sorprendido
Cada día
Sorprendido
Por la vida…
Amando
El mar…”
, poesía destinada, Francesco Idotta

Rotte Mediterranee è un libro che parla di questo mare. L’autore, Francesco Idotta, nell’epigrafe ci anticipa che è Reale, perché parla di un luogo specifico: Il Mare Nostrum.
Così, ci cominciamo a trovare con una parte della storia di questo mare e delle terre che lo circondano, ma possiamo anche interrogarci sul viaggio personale dell’autore, il qual è nato, precisamente, di fronte al mare di Ulisse, e si è formato in queste terre, attraversato da queste onde marine, le quali gli hanno insegnato a leggere tra una e l’altra, a
stagnare tra un’onda e l’altra, perché chi è in viaggio è sempre in vantaggio, ha l’occhio allenato alla differenza, può leggere meglio tra le righe, il non detto dell’essere lo abita e non soffre il mal di mare, perché si è abituato allo sciabordio.

 Francesco Idotta dedica le sue parole a chi ha il coraggio d’indossare l’abito del proprio Luogo, Lugo con la “L” maiuscola! E ci spiega cosa significa abitare un luogo, e… come vestirsi di quel luogo, fino farlo diventare elegante. Arriva con rigore a questo e agli altri concetti, poiché: spacca le parole, le accarezza, le denuda e le riveste. Va alle sue radici. Ci fa ricordare Octavio Paz nel “Mono Gramàtico”. Così, elegans – antis arriva a essere colui che sa scegliere… 
Tornando al luogo… Il coraggio di appropriarsi del luogo. Di sé: Senza paura dell’ignoto. L’autore mostra a chi non ha fatto questo viaggio, il mare delle possibilità.   

La sua preoccupazione è il Mediterraneo, l’uomo del Sud che ha tante cose da dire al Nord e all’Europa. Francesco parte da lontano, dall’inizio della storia del pensiero. Sia arabo sia greco. Dialoga con diversi autori… come se fossero, in quelle lunghe notti tempestate di stelle… e nei giorni bagnati dal sole o di intemperie, i suoi compagni di rotta. E da lì scrive.
L’autore mostra quello che gli appartiene: la sua profonda formazione filosofica e storica e la sua impronta poetica. Si serve dalle parole per rivelare la potenza che possiedono.

Quando si può arrivare in qualche porto in cui si incontra la verità dell’essere, e si ha il coraggio di lasciare le sicurezze che non servono più, scegliendo di navigare verso il nuovo, là c’è una ripresa, ci spiega, accettando le differenze che arrivano dall’altro.
Accettare realizzare questo compito, come evidenzia con precisione Francesco Idotta, è il processo contrario al nazismo, il quale tenta di annientare l’altro solo perché è diverso, perché non pensa come lui.
 

Il marinaio, continua a scrivere, mentre naviga tra cielo e mare. Pregando il dio del mare, perde la fede in sé stesso e resta intrappolato in una rete di superstizioni… quello di cui ha bisogno per navigare sicuro è sì una fede, ma nelle sue capacità. Tale fede è la filosofia.
In questo modo il marinaio scopre la libertà, la quale s’inaugura con
l’accettazione del naufragio. Dalla coscienza della propria finitezza.

“Rotte Mediterranee” è un libro che va all’incontro del diverso: di quello che è diverso da me, che ha un’altra lingua, un’altra religione… come ogni paese che abbraccia il Mediterraneo. Così, continua a dire l’autore, il Filosofo fa una lettura dello sviluppo dei linguaggi umani come sono l’Arte, la politica o la religione… le quale possono unire o separare aspramente. Perché: L’altro è sempre un pericolo.
Andando avanti, con maestria, ci insegna il valore della comunicazione, come possibilità per capire l’altro nella sua singolarità, senza tentare di farlo cambiare o, peggio ancora, costringendolo a essere quello che non è. Risaltando così il valore fondamentale delle parole ed evidenzia che il compito del poeta è imprescindibile, tanto quanto quello del filosofo, in questa comunicazione, in questa riflessione profonda.

Da buon ricercatore, Idotta, mostra in questo libro, non solo l’accoglienza allo straniero, che caratterizza la gente del Meridione ma anche l’esclusione, che alcuni sono capaci di sostenere. L’autore lo fa attraverso una poesia: Addio al mezzogiorno, scritta da W. Auden dove il poeta fa emergere una triste consapevolezza: il Sud sa escludere, il suo Sole non sembra essere per tutti, gli abitatori di quelle terre pensano di essere gli unici a poterne godere, ma per fortuna, tra loro ci sono altri uomini, intellettuali, pensatori, mai rassegnati all’indifferenza, mai assuefatti all’ostilità.

Per arrivare così, pensiamo, al concetto cardine che l’autore vuole esprimere: Essere tutti uguali non è una bella prospettiva, ciò che si deve auspicare è un’identità di possibilità, un’uguaglianza di trattamento davanti al diritto. Con gli stessi diritti e doveri davanti alla legge, ma ognuno con la propria singolarità. L’identità si fonda nella differenza con l’altro, sembra confermare il giovane pensatore.

Possiamo trovare diversi principi, per continuare a imparare, con la lettura di questo libro, solo ricordiamo un’altro, come se fosse un invito: amate le differenze, perché quello è vero amore l’uomo è capace di frenare la corsa sempre più irresistibile della storia, perché pur trasportato dalla folla, può decidere di scendere dal tapis roulant, azionato dalle nevrosi, e innamorarsi.

L’ultimo capitolo ci riserva un’altra sorpresa, una comparazione tra Pinocchio e Ulisse, per parlarci del coraggio della differenza. Dove, con maestria ci fa capire le trappole nelle quali frequentemente si cade parlando di normalità e pensando che siamo tutti uguali. L’autore ci presenta un Pinocchio che lotta con tutte le sue forze per affermare la sua diversità.
Inoltre ci mostra come Pinocchio dice una bugia per aiutarlo, e quella bugia è una prova: il diverso deve fingere, dire menzogne, altrimenti viene privato della sua identità e con essa della libertà… chissà se qualcuno avesse aperto un dialogo con Lucignolo, il quale appare come il bambino cattivo perché
… ancora oggi i Lucignoli non sono ascoltati, ma bastonati…

Alla fine rivela come lo straniero, il diverso, si perde, perché è rifiutato. Rifiutato perché rappresenta la ribellione, così ci mostra il Pinocchio di Collodi, che sprofondando nel conformismo… e lo equipara a Ulisse, il quale indirizzando il suo sguardo verso il luogo dove vive il suo accanito avversario Poseidone, si sente straniero in sé stesso; Pinocchio e Ulisse devono usare maschere: per non farsi riconoscere: Atena, in più di un’occasione, traveste Ulisse… C’è da chiedersi quale sia il vero volto di Ulisse… Come si è detto, solo Argo riesce a vederlo.

Quasi a metà del cammino, nel capitolo IV: Tra Stelle e Mare. Con Heidegger e Nietzsche. L’alba e la consapevolezza. Troviamo una perla. Francesco Idotta ci parla de Penelope come la vera viaggiatrice, contrapponendola a Ulisse. Lei ha abitato Itaca, ha sconfitto la mania dell’infinito accogliendolo come suo luogo, stando seduta al suo telaio. Il filo da intrecciare è la sconvolgente linea dell’infinito… Penelope l’ha seguita e in essa si è persa Eccellente rappresentazione della femminilità che incarna Penélope.
 

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Raffaele Nigro - SANTA MARIA DELLE BATTAGLIE (Rizzoli 2009)

Nota critica di Francesco Idotta

Santa Maria delle Battaglie. La Madonna della Parola, la Signora della narrazione. Raffaele Nigro, in questo libro, pubblicato da Rizzoli, ha superato il limite del silenzio. Con Gabriele e Michele ha “convertito” il buio della superstizione in Luce deflagrante, in fuoco d’artificio.

La sensuale leggerezza del fumo; la potente deflagrazione delle botte di mortaio; la penetrante astuzia del profumo, il quale invade le cellule e le ubriaca, facendole girare e danzare come petali al vento; l’agre sapore del sangue che “bagna” il Mediterraneo, durante gli scontri tra Spagnoli e Arabi; la preghiera inascoltata; il pianto dei folli; la trasposizione dei desideri su navi di legno che segnano il futuro; le parole ai dormienti, di Santa Maria delle Battaglie Perdute, sono i coprotagonisti di questo libro.

San Raffaele Nigro della Penna Vermiglia lincia ogni speranza di miracolo divino e trasporta sulle sue ali sacrileghe una dolcezza smisurata, seducente come lo sguardo di Ardeniza, una Sherazade che salva con la parola. In questa figura femminile, la cui pelle sa di vento e di deserto, sta la salvezza dell’uomo effimero, signore della morte, padre della demenza, viceré dell’inutile. La parola sovrasta la follia della speranza nell’intervento divino. Tutti urlano “Allah akbar” (Allah è il più grande), ma tutti sanno che è meno grande della parola narrata, meno grande di Ardeniza, meno grande di Vittoria Colonna, la cui poesia sorvola il Mediterraneo della Guerra e feconda di perdono e ammirazione le aride sabbie del deserto.

Un meta romanzo, quello di Nigro, in cui il tramite tra mondo narrato e lettore è costituito dalla impotente Santa Maria delle Battaglie. Un escamotage narrativo di folgorante bellezza, che affascina e trascina nel pantano dell’impotenza divina, nella scoperta di una possibilità umana, data dalla parola e dalla sua capacità di trarre fuori dall’oblio ogni storia, ogni percorso.

Santa Maria delle Battaglie non è un romanzo storico, ma un romanzo filosofico, il quale si dispone su un piano formale ineccepibile. Nigro, usando la dialettica come metodo di indagine, investiga l’umano, lo interroga radicalmente e senza sosta, senza la speranza di ottenere risposte, ma col desiderio di tracciare una possibile alternativa alla fede cieca, alla demenza figlia dell’abbandono, all’ignoranza dell’affidarsi al cielo. La terrestrità di Nigro è una sorta di amor fati, in cui il “sì” non è al destino, ma alla parola che lo può cambiare, alla voce che può deformare lo spazio e con esso il tempo. Quel suono fatto di sangue, sesso, carezze e fragranze mortali. Anche San Michele ne subisce la chiamata, anche Santa Maria delle Battaglie cade nel fango, ammette la sua inettitudine divina e riconosce la straordinaria vitalità della parola umana. Perché in essa c’è pneuma, soffio vitale, la tragedia di una consapevolezza: il divino è impotente perché l’uomo lo scolpisce nell’ulivo o nel marmo, e così facendo lo rende reale, gli dà vita, ma non onnipotenza; quell’uomo, quel creato, costituito con la stessa materia delle stelle, il quale vince soltanto quando si pone ad ascoltare una storia o quando ne racconta una così straordinaria come quella di San Raffaele Nigro della Penna Vermiglia.

 

^SOPRA^