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Indice dei libri e note
critiche pubblicati in questa sezione |
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L’IDEOLOGIA
DEL DENARO.
Tra Psicoanalisi, Letteratura e Antropologia
- Autore: Adriano Voltolin (Bruno Mondadori 2011)
Nota critica
di Eva Gerace
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ZEFIRA
- Autore: Gioacchino Criaco (Rubbettino edit. 2009)
Nota critica
di Francesco Idotta
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ROTTE
MEDITERRANEE. Dal Mare sopraggiunge
l’Altro, Messaggero di novità
- Autore: Francesco Idotta (Città del Sole Edizioni 2009)
Nota
critica
di Eva Gerace
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SANTA MARIA DELLE BATTAGLIE
- Autore: Raffaele Nigro (Rizzoli 2009)
Nota critica
di Francesco Idotta
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Adriano Voltolin -
L’IDEOLOGIA DEL
DENARO.
Tra Psicoanalisi, Letteratura e Antropologia.
(Bruno Mondadori 2011)
Nota critica
di Eva Gerace

Molte discipline sono interessate al concetto
di denaro: l’antropologia, la filosofia, la teologia,
la psicoanalisi e, soprattutto, la politica e l’economia.
L’ideologia del denaro
è un libro di somma attualità: in un’epoca di consumismo
estremo, in cui i limiti si oltrepassano costantemente, dove
tutto sembra essere possibile, le macchinazioni
di una società strisciante e senza scrupoli hanno effetti
devastanti sul singolo soggetto.
Affrontando un tema così concomitante, il libro mostra come,
in un'epoca di crisi, segnata dalla quasi totale assenza di
regole, capaci di governare i meccanismi economici, il
funzionamento dell'economia reale perda significato civile e
sociale e si avvicini sempre più alle pulsioni individuali
che, come Freud aveva detto, sono, in quanto tali,
incontrollabili. I cinque contributi raccolti di Adriano
Voltolin, Rolf Haubl, Claudio Widmann, Lorenzo D'Angelo e
Franco Romanò, indagano dal punto di vista della
psicoanalisi, della letteratura e dell'antropologia le
fantasie di ricchezza illimitata generate dalla dominante
ideologia del denaro.
Possiamo
trovare diversi principi, nella lettura di questo libro:
Freud ha connesso i soldi alla fase anale. In una lettera a
Fliess, Freud situa il nesso tra un tratto del carattere,
l'avarizia, il denaro e le feci.
Le pulsioni del
trattenere e dell’espellere e le dinamiche di gratificazione
e/o potere, si trasferiscono, simbolicamente, sul denaro.
Quante volte abbiamo sentito dire: “Denaro, sterco del
demonio”.
Proseguendo con
una lettura psicoanalitica, sulla pulsione anale, sappiamo
che l’eccesiva tendenza alla pulizia, l’ordine, l’avarizia,
l’ostinazione fino alla caparbietà, la propensione alla
collera e alla vendicatività sono “formazioni reattive”
contro l'interesse per le feci. Mostrano così il loro
erotismo anale.
Gli autori,
hanno appreso l’importanza della scoperta di Freud, il quale
già dal principio della sua pratica terapeutica aveva
ritrovato, per esempio, come molte costipazioni intestinali
sono sciolte dal lavoro psicoanalitico quando si prende in
esame il complesso del denaro.
La lettura
confortante di questo libro ci ha fatto ricordare Lacan
quando ha detto: “È probabile
che il primo
significato a cui si estende l'interesse per le feci non sia
l'oro-denaro, dove è evidente il gioco significante, anzi il
regalo”.
Avendo presente
che alla base del meccanismo sociale dello scambio, studiato
da economisti e filosofi, da Smith a Marx, c'è, per Marcel
Mauss, il dono, il quale, secondo questo autore, non e
gratuito o disinteressato e istituisce l'obbligo di
ricambiare, stabilendo così il debito per chi ha ricevuto il
dono. Gli autori, che hanno fatto molteplici letture,
sostengono non solo come il simbolismo specifica la
condizione umana, bensì, al modo di Mauss, rivelano nel loro
percorso, come questo fenomeno sociale si sostenga
attraverso della dinamica dello scambio, del dono e del
debito e come parte in questa condizione simbolica si trovi
il problema del denaro.
Da questa
visione, di conseguenza, il tema del denaro è molto
specifico, pertanto rialza la questione simbolica del suo
impiego. L’Ideologia del denaro, ci permette di
approfondire l’approccio della psicoanalisi,
dell’antropologia, della sociologia e della letteratura
riguardo al denaro.
Fino oggi
eravamo attenti a capire come le pulsioni influiscono il
soggetto, la particolarità rilevante di questo libro è che
permette una lettura inversa: come il denaro influenza le
pulsioni. Anche l’amore, i rapporti in genere, la vita.
Il libro mette
in guardia sul fatto che nella società delle merci, il
denaro, oltre che come equivalente generale nella struttura
economica, diventi anche il mediatore simbolico principale
dell'acquisizione del mondo da parte degli individui e del
loro legame sociale, innescando la dinamica dell'alienazione
e della colonizzazione mercificata della vita. Così, ci
spiegano gli autori, il denaro passa a confrontarsi con le
estensioni principali del sapere e del potere.
La
preoccupazione degli autori è farci intendere il peso dei
soldi, il quale, anche se non se ne parla, e precisamente
per questo è così tanto poderoso, giacché hanno addirittura
un’eroticità uguale al sesso… alcuni dicono perfino di più.
Il denaro è l'oggetto per eccellenza e ha la capacità di
impadronirsi di tutti gli oggetti, incluso l'uomo, ridotto a
merce, a forza-lavoro. Non a caso, Claudio Widmann, nel suo
saggio scrive: “Il senso della crisi e la crisi del senso”,
e parla “Del vendere l’anima” e del “Valore del denaro, i
valori dell’uomo”.
Penso che il
libro ci voglia far riflettere sul fatto che, se il problema
morale di oggi è sul potere (potere illusorio, che permette
il dominio di uno sugli altri) che dà il denaro, la pulsione
di morte appare anche nell’amore per il denaro: più un
soggetto rimane bloccato dalla frustrazione, più sogna di
arricchirsi economicamente.
Secondo gli
autori, lo stato attuale del pianeta conferma le diagnosi di
Freud e di Keynes. La globalizzazione, tutt'altro che
inoffensiva, ha originato conflitti armati già anticipati da
Freud quando parlava del "narcisismo
delle piccole differenze".
Ci sono persone
che non vogliono porsi la domanda vera, quella che potrebbe
aprire la paratia che dà accesso alla verità dell’essere: è
necessario coraggio per poter lasciare le illusioni,
scegliere di navigare, accettando le differenze.
Sovvertimento
dei valori “capitalizzando” un’analisi, sembrano dirci, in
atto, gli autori. Il pensiero di Lacan sul denaro ancora la
relazione analitica a uno scambio che implica un prezzo da
pagare. Se il denaro ha sempre a che vedere con il debito
inconscio, nella cura si verifica che alcuni soggetti non
vogliono mai regolare i loro debiti, mentre altri pagano sin
troppo, anche con la loro persona. Per le sue inibizioni,
frustrazioni, il soggetto, si posiziona come merce per il
godimento del’Altro. Il libro, L’ideologia del denaro
ci consente di capire il ruolo dell’uomo di oggi come merce.
Pensiamo, che
un concetto basilare che gli autori intendono esplicare sia
che la psicoanalisi sostiene una prassi di lavoro diversa da
quella sostenuta dalle pratiche che fanno riferimento al
falso metodo del mercato, dove il denaro è il principio
simbolico negoziatore. Lo psicoanalista non riceve né per
amore né per amicizia. La funzione del denaro nell’analisi è
molto specifica, con il pagamento si sostiene un distacco,
l'analizzante paga per poter avverare l'incontro con
l'enigma della sua stessa parola, oltre alla sofferenza che
l'ha portato a domandare un'analisi. Lacan lo dice a modo
suo: si deve pagare con una propria libbra di carne, il
soggetto deve accettare di perdere qualcosa per poter
realizzare il cambio di posizione soggettiva. La
psicoanalisi propone che il soggetto subisca una perdita, il
contrario di quello che propone la voracità del mercato.
L’analizzante paga per una perdita, prezzo simbolico per un
lavoro che dia la possibilità della costruzione del fantasma
inconscio.
Il libro
L’ideologia del denaro.
Tra Psicoanalisi,
Letteratura e Antropologia, consta di
un’introduzione e cinque saggi:
-
“Un desiderio imperioso e insaziabile”. Note
psicoanalitiche sull’avidità di denaro. Di Adriano
Voltolin
-
“Il denaro governa il mondo – esterno e interno”. Di
Rolf Haubl
-
“Il senso della crisi e la crisi del senso”. Di
Claudio Widmann
-
“Il duro lavoro e i soldi veloci” – L’economia occulta
dell’estrazione miniera in Sierra Leone. Di Lorenzo
D’Angelo
-
“Il cesello arrugginito”. Il denaro nelle
rappresentazioni letterarie. Di Franco Romanò
Nell’Introduzione,
Adriano Voltolin, ci presenta gli studi degli altri autori.
“Quello che Franco Romanò
stesso e Claudio Widmann ci fanno notare è che un
arricchimento infinito e ottenuto senza fatica, per magia,
lo si ritrova anche in favole e leggende popolari
antichissime”. Arrivando a una conclusione, non tanto
allettante, su quello che la clinica psicoanalitica oggi
induce a vedere: “le strutture nevrotiche siano ormai più
rare di quelle che presentano ampi settori di funzionamento
psicotico”. Quando ci introduce il lavoro di Lorenzo
D’Angelo, Voltolin spiega che “I diamanti sono custoditi,
dentro la terra, da demoni che possono vendicarsi su chi li
strappa alla naturalità della loro condizione”. “Il denaro
ottenuto velocemente e in misura relativamente
straordinaria, evoca una colpa che è tanto più difficile da
controllare quanto maggiore è il desiderio di avere sempre
di più”. E, continua Voltolin: “La de-moralizzazione della
ricerca del profitto e la disinibizione del rischio di cui
ci parla Rolf Haubl pongono indirettamente in luce questioni
che sono di stretta attualità politica ed economica”.
Articolo:
Un desiderio imperioso e insaziabile
^SOPRA^
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Gioacchino
Criaco - ZEFIRA (Rubbettino edit. 2009)
Nota critica
di Francesco Idotta
In Zefira Gioacchino Criaco crea una narrazione d’attesa, in
cui la parola è un elemento perforante, che permette di
spingersi tra le spire di un animale strisciante e senza
scrupoli. L’autore attende che gli eventi giungano sulla
punta della penna e si spalmino sulla carta, come sangue.
Esumare la verità di una storia millenaria è quasi
impossibile: troppe sono le varianti; tuttavia il tentativo
di chiarirne i meccanismi, almeno i più recenti, sembra
essere il dovere che l’autore si è posto, nell’attimo in cui
ha deciso di attendere, insieme a Luca Rustici, il
protagonista della vicenda, che gli eventi accadessero,
divenissero flusso creativo.
Dalla cruda realtà calabrese, indecifrabile e misterica,
Criaco succhia la sua storia.
Il genere dentro il quale inserire questo libro non è ben
definito: assomiglia la scrittura di Zefira a un flusso di
coscienza… ma le situazioni riportano alla tradizione degli
intrecci polizieschi… la cura dei dettagli e la
partecipazione emotiva dell’autore farebbero pensare a un
romanzo autobiografico… la precisa conoscenza dei luoghi e
della mentalità dei protagonisti indurrebbe a pensare a una
scrittura figlia di una indagine antropologica… ma non manca
il getto creativo del romanziere.
Un libro moderno, in cui la Calabria è vista con gli occhi
apparentemente distaccati di un settentrionale. Un uomo
dell’ordine… un uomo dalle grandi sofferenze personali, il
quale, suo malgrado, si ritrova a scartabellare in un
archivio polveroso… nel tentativo di districare una matassa,
volutamente ingarbugliata… aggrovigliata da mani esperte,
capaci di avviluppare situazioni e persone… in una stretta
mortale.
Raccapricciante paesaggio, quello di Zefira, un contesto in
cui gli uomini conducono la loro lotta per la sopravvivenza…
uomini all’apparenza miti e generosi, i quali hanno
l’inconscio segnato dalla violenza… basta toccare un tasto,
per riportare alla coscienza quanto dorme nella foresta… una
belva sanguinaria, mai timorosa di azzannare alla gola la
preda.
La Calabria di Criaco è veramente così terribile?... sembra
proprio di sì. Non esiste una salvezza, nemmeno nell’arte…
pure l’arte è usata e abusata, con l’unico fine di volgere
gli eventi a proprio vantaggio.
Il malavitoso di Criaco è un uomo che sta nell’ombra, tra le
montagne, alla periferia. Abita montagne e marine dal
fascino incontestabile, capaci di ammaliare le anime
settentrionali, come quella di Luca e di un pilota tedesco,
caduto su un Aspro-monte durante la seconda guerra mondiale
e incapace di separarsi da quella terra che lo aveva
richiamato a sé con tanta forza.
Sono strani gli abitanti di Zefira, sono mafiosi, ma non
pensano sia una cosa di cui vergognarsi… essere mafiosi è un
punto di onore, non tutti possono appartenere a quella
misteriosa e sacra famiglia, in cui i sacrifici agli dei si
fanno col sangue. Non c’è vita che valga più del potere… non
c’è persona che, amica fino a un minuto prima, non possa
essere bersaglio per un colpo di pistola… se il mistero lo
esige… se il territorio deve essere difeso…
Il bene e il male vanno a braccetto… in una commistione che
non consente il minimo errore. Può mai il figlio di un
malandrino scrollarsi di dosso questa croce? Potrà mai
liberarsi dall’onta dell’odio che ha armato la mono dei
padri, i quali hanno versato sangue e sudore?
Il percorso pulito di un figlio di questa terra deve essere
ribadito in ogni istante… si deve filare dritto… basta una
contravvenzione per ricaricarsi dell’onta, la quale è come
un tatuaggio: forse può essere nascosto, ma non eliminato…
non del tutto, almeno.
Qui esiste la mala politica, la mala sanità, la mala
amministrazione, ci dice Criaco… ancora sentimentalmente
legato a Greci e Fenici… ma esiste ancora a Zefira il minimo
ricordo di Zaleuco e di Tommaso Campanella? Chi erano
costoro?… chi erano?… e chi ha calpestato le spiagge ioniche
tra il XV e il XX secolo? perché l’imbastardimento è più
forte della mediterraneità?
Il pensiero si è sviluppato ad Atene… non a Sparta… Zefira
sembra essere figlia di Sparta, sua alleata nelle guerre,
sua debitrice: da lei ha forse appreso il coraggio di
versare sangue senza batter ciglio.
È un libro che parla di Mafia, quello di Criaco? Senz’altro,
ma non solo! È un’opera letteraria che ha una funzione
catartica? Certamente no. Ha una funzione narrativa:
racconta una storia per il gusto di raccontarla, come
testimonia la nota dell’autore che chiude il libro. Il
quale, come ogni narratore che ama raccontare, spera che i
suoi personaggi a un certo punto prendano vita e irrompano
sulla scena, quasi come un deus ex machina, capace di
cambiare la mente del lettore. Ogni narratore, anche il più
dissacratore, ha un intento segreto… Criaco sa che l’art pur
l’art lascia un godimento forte quanto fugace… quindi, spera
che la sua parola continui a perforare la roccia… possa
scalfire il volto di coloro che ammazzano il giorno e la
notte…
A Zefira il male atavico trova la certezza della sua
incidenza sul reale… qui il male si concretizza… ha un
odore, come anche il bene… il bene di Criaco ha un odore che
piace alle donne, (per citare un passo del libro) un odore
che sa di bosco, ma non di rancido, piuttosto di fresco, di
pulito.
Non pensiate di trovare un lieto fine… né una triste fine…
la fine di questo libro è inconclusa come la vita. La
certezza di una scelta e il dubbio dell’errore vivono tra le
righe, le quali si fanno beffa delle certezze del lettore.
Perché gli assassini di Zefira hanno una coscienza… nel
senso che hanno piena consapevolezza del male e del dolore
che sono in grado di infliggere, senza battere ciglio.
Qui la morte viene distribuita come se fosse un dono… anche
le mamme la danno ai figli… perché, scrive Criaco, le donne
sono come le mucche, quando il latte si avvelena
somministrano la morte dalle mammelle ai figli…
Ogni figlio di questa terra ha scansato, almeno una volta,
la morte, anche senza essersene accorto, perché è difficile
individuare “la regola infranta”… e chi l’ha trovata non ha
fatto in tempo a trasmetterla ai posteri… solo gli scrittori
e i poeti possono cantarla impunemente, perché questo dà
onore… e non è infamità… Anche Rosa Balistrieri canta
insieme a Criaco il sangue di questa terra… insieme si
chiedono chi può fare luce… in questo paradiso in sembianze
di inferno, nel quale devi soffrire molto prima di coglierne
le delizie…
Un urlo… per dire che Durmimu sutta e filici ‘nta lundi…
spettàndu sempri a cui non veni mai… Figghiòli belli chi
p’amuri campàti… penzàti e nostri cori disperàti.
Liberaci signore dal Male… questa frase qui risuona ambigua…
perché il male, dai signori di Zefira, è perseguito come una
possibilità salvifica: loro non vogliono liberarsi dal male,
dalla possibilità di infliggerlo. I giovani sembrano voler
alzare la testa: urlano contro la delinquenza, ma il loro
grido è un canto satanico, un canone inverso, una
invocazione al maligno. Come possono i cortei lasciare
traccia, se dietro ci sono i discendenti di quella genia, i
quali fingono un coro, solo per alzare polvere ed accecare
il nemico?
Qui c’è il sovvertimento dei valori: in questo libro lo
scrittore ha dato la sua penna alla storia, essa si è
scritta e lui, in alcuni casi, ne è uscito spossato, privato
di forza. La frase è costruita con immediatezza, solo così,
Criaco, ha potuto scompigliare le carte incollate l’una
all’altra. Cogliendo di sorpresa i protagonisti li ha
trascinati sulla scena e li ha fatti recitare, senza che
loro avessero voglia di farlo, per questo risultano
spontanei e veri. Animati da quella verità che Criaco spera
che il lettore riesca a cogliere nelle sue creature.
Ma che senso ha scrivere di mafia, oggi, oggi che la mafia
si è diffusa come un cancro in tutti gli strati sociali?
Dalla morte di Sciascia son passati vent’anni, la sua
Sicilia è diversa dalla Calabria di Criaco; le indagini dei
suoi personaggi sono diverse da quelle di Luca Rustici: il
Luca di Criaco è silenzioso come Gitano, il suo cane, ma non
per paura, bensì per il desiderio di penetrare nel mistero,
col rischio di restare imbrattati di male, perché se non ti
insudici le mani non potrai mai individuare la chiave di
volta che tiene in piedi questo sistema millenario.
Rustici e Gitano, guidati da una mano invisibile, connettono
due storie apparentemente lontane e conducono il lettore da
un capanno tra i boschi a un tribunale, piccolo, di
provincia, tra le pareti del quale la giustizia è soffocata
da una pressione sorprendente; per ritornare alla normalità
occorre la camera iperbarica, ma una volta che conosci le
profondità e gli abissi non puoi più distaccartene… vuoi
toccare il fondo per scoprire di che pasta è fatto il
mistero che spinge l’uomo a raggiungere così straordinarie
cime di nefandezza.
Qui Criaco sospende ogni giudizio di merito e lascia il
lettore a combattere con le sue creature, a interrogarle. I
personaggi di Criaco non dicono a tutti, ma solo a coloro
che scavano tra le righe, scompigliando le parole del
narrato per ricomporre una storia, in cui il male non è un
male… ma un personaggio che cerca di sopravvivere…
^SOPRA^
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Francesco Idotta -
ROTTE
MEDITERRANEE. Dal Mare sopraggiunge
l’Altro, Messaggero di novità (Città del Sole Edizioni 2009)
Nota
critica
di Eva Gerace
“Sorprendido
Cada día
Sorprendido
Por la vida…
Amando
El mar…”, poesía destinada, Francesco Idotta
Rotte Mediterranee
è un libro che parla di questo mare. L’autore, Francesco
Idotta, nell’epigrafe ci anticipa che è Reale, perché parla
di un luogo specifico: Il Mare Nostrum.
Così, ci cominciamo a trovare con una parte della storia di
questo mare e delle terre che lo circondano, ma possiamo
anche interrogarci sul viaggio personale dell’autore, il
qual è nato, precisamente, di fronte al mare di Ulisse, e si
è formato in queste terre, attraversato da queste onde
marine, le quali gli hanno insegnato a leggere tra
una e l’altra, a stagnare tra
un’onda e l’altra, perché chi è in viaggio è sempre in
vantaggio, ha l’occhio allenato alla differenza, può
leggere meglio tra le righe, il non detto dell’essere lo
abita e non soffre il mal di mare, perché si è abituato allo
sciabordio.
Francesco
Idotta dedica le sue parole a chi ha il coraggio
d’indossare l’abito del proprio Luogo, Lugo
con la “L” maiuscola! E ci spiega cosa significa abitare un
luogo, e… come vestirsi di quel luogo, fino farlo
diventare elegante. Arriva con rigore a
questo e agli altri concetti, poiché: spacca le parole, le
accarezza, le denuda e le riveste. Va alle sue radici. Ci fa
ricordare Octavio Paz nel “Mono Gramàtico”. Così, elegans
– antis arriva a essere colui che sa scegliere…
Tornando al luogo… Il coraggio di appropriarsi del luogo. Di
sé: Senza paura dell’ignoto. L’autore
mostra a chi non ha fatto questo viaggio, il mare delle
possibilità.
La sua preoccupazione è il Mediterraneo,
l’uomo del Sud che ha tante cose da dire al Nord e
all’Europa. Francesco parte da lontano, dall’inizio della
storia del pensiero. Sia arabo sia greco. Dialoga con
diversi autori… come se fossero, in quelle lunghe notti
tempestate di stelle… e nei giorni bagnati dal sole o di
intemperie, i suoi compagni di rotta. E da lì scrive.
L’autore mostra quello che gli appartiene: la sua profonda
formazione filosofica e storica e la sua impronta poetica.
Si serve dalle parole per rivelare la potenza che
possiedono.
Quando si può arrivare in qualche porto in
cui si incontra la verità dell’essere, e si ha il
coraggio di lasciare le sicurezze che non servono più,
scegliendo di navigare verso il nuovo, là c’è una
ripresa, ci spiega, accettando le differenze
che arrivano dall’altro.
Accettare realizzare questo compito, come evidenzia
con precisione Francesco Idotta, è il processo
contrario al nazismo, il quale tenta di annientare
l’altro solo perché è diverso, perché non pensa
come lui.
Il marinaio, continua a scrivere,
mentre naviga tra cielo e mare. Pregando il
dio del mare, perde la fede in sé stesso e resta
intrappolato in una rete di superstizioni… quello di cui ha
bisogno per navigare sicuro è sì una fede, ma
nelle sue capacità. Tale fede è la filosofia.
In questo modo il marinaio scopre la libertà,
la quale s’inaugura con
l’accettazione del naufragio. Dalla coscienza della propria
finitezza.
“Rotte Mediterranee” è un libro che va all’incontro
del diverso: di quello che è diverso da me,
che ha un’altra lingua, un’altra religione… come ogni paese
che abbraccia il Mediterraneo. Così, continua a dire
l’autore, il Filosofo fa una lettura dello
sviluppo dei linguaggi umani come sono l’Arte, la politica o
la religione… le quale possono unire o separare
aspramente. Perché:
L’altro è sempre un pericolo.
Andando avanti, con maestria, ci insegna il valore
della comunicazione, come possibilità per
capire l’altro nella sua singolarità, senza tentare di farlo
cambiare o, peggio ancora, costringendolo a essere quello
che non è. Risaltando così il valore fondamentale delle
parole ed evidenzia che il compito del poeta è
imprescindibile, tanto quanto quello del filosofo, in questa
comunicazione, in questa riflessione
profonda.
Da buon ricercatore, Idotta, mostra in questo
libro, non solo l’accoglienza allo straniero,
che caratterizza la gente del Meridione ma anche l’esclusione,
che alcuni sono capaci di sostenere. L’autore lo fa
attraverso una poesia: Addio al mezzogiorno, scritta
da W. Auden dove il poeta fa
emergere una triste consapevolezza: il Sud sa escludere,
il suo Sole non sembra essere per tutti, gli abitatori di
quelle terre pensano di essere gli unici a poterne godere,
ma per fortuna, tra loro ci sono altri uomini,
intellettuali, pensatori, mai rassegnati all’indifferenza,
mai assuefatti all’ostilità.
Per arrivare così, pensiamo, al concetto
cardine che l’autore vuole esprimere: Essere tutti
uguali non è una bella prospettiva, ciò che si deve
auspicare è un’identità di possibilità, un’uguaglianza di
trattamento davanti al diritto. Con gli stessi
diritti e doveri davanti alla legge, ma ognuno con la
propria singolarità. L’identità si fonda nella differenza
con l’altro, sembra confermare il giovane pensatore.
Possiamo trovare diversi principi, per
continuare a imparare, con la lettura di questo libro, solo
ricordiamo un’altro, come se fosse un invito:
amate le differenze, perché quello è vero
amore l’uomo è capace di frenare la corsa sempre più
irresistibile della storia, perché pur trasportato dalla
folla, può decidere di scendere dal tapis roulant,
azionato dalle nevrosi, e
innamorarsi.
L’ultimo capitolo ci riserva un’altra
sorpresa, una comparazione tra Pinocchio e Ulisse, per
parlarci del coraggio della differenza.
Dove, con maestria ci fa capire le trappole nelle
quali frequentemente si cade parlando di normalità
e pensando che siamo tutti uguali.
L’autore ci presenta un Pinocchio che lotta con tutte le
sue forze per affermare la sua diversità.
Inoltre ci mostra come Pinocchio dice una bugia per
aiutarlo, e quella bugia è una prova: il diverso deve
fingere, dire menzogne, altrimenti viene privato della sua
identità e con essa della libertà… chissà se qualcuno
avesse aperto un dialogo con Lucignolo, il quale
appare come il bambino cattivo perché…
ancora oggi i Lucignoli non sono ascoltati, ma bastonati…
Alla fine rivela come lo straniero, il
diverso, si perde, perché è rifiutato. Rifiutato perché
rappresenta la ribellione, così ci mostra il Pinocchio di
Collodi, che sprofondando nel conformismo… e lo
equipara a Ulisse, il quale indirizzando il suo sguardo
verso il luogo dove vive il suo accanito avversario
Poseidone, si sente straniero in sé stesso; Pinocchio e
Ulisse devono usare maschere: per non farsi riconoscere:
Atena, in più di un’occasione, traveste Ulisse… C’è da
chiedersi quale sia il vero volto di Ulisse… Come si è
detto, solo Argo riesce a vederlo.
Quasi a metà del cammino, nel capitolo IV:
Tra Stelle e Mare. Con Heidegger e Nietzsche. L’alba e la
consapevolezza. Troviamo una perla. Francesco
Idotta ci parla de Penelope come la vera viaggiatrice,
contrapponendola a Ulisse. Lei ha abitato Itaca, ha
sconfitto la mania dell’infinito accogliendolo come suo
luogo, stando seduta al suo telaio. Il filo da
intrecciare è la sconvolgente linea dell’infinito…
Penelope l’ha seguita e in essa si è persa…
Eccellente rappresentazione della femminilità che incarna
Penélope.
^SOPRA^
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Raffaele Nigro -
SANTA MARIA DELLE BATTAGLIE (Rizzoli 2009)
Nota critica
di Francesco Idotta
Santa
Maria delle Battaglie. La Madonna della Parola, la Signora
della narrazione. Raffaele Nigro, in questo libro,
pubblicato da Rizzoli, ha superato il limite del silenzio.
Con Gabriele e Michele ha “convertito” il buio della
superstizione in Luce deflagrante, in fuoco d’artificio.
La sensuale leggerezza del
fumo; la potente deflagrazione delle botte di mortaio; la
penetrante astuzia del profumo, il quale invade le cellule e
le ubriaca, facendole girare e danzare come petali al vento;
l’agre sapore del sangue che “bagna” il Mediterraneo,
durante gli scontri tra Spagnoli e Arabi; la preghiera
inascoltata; il pianto dei folli; la trasposizione dei
desideri su navi di legno che segnano il futuro; le parole
ai dormienti, di Santa Maria delle Battaglie Perdute, sono i
coprotagonisti di questo libro.
San Raffaele Nigro della
Penna Vermiglia lincia ogni speranza di miracolo divino e
trasporta sulle sue ali sacrileghe una dolcezza smisurata,
seducente come lo sguardo di Ardeniza, una Sherazade che
salva con la parola. In questa figura femminile, la cui
pelle sa di vento e di deserto, sta la salvezza dell’uomo
effimero, signore della morte, padre della demenza, viceré
dell’inutile. La parola sovrasta la follia della speranza
nell’intervento divino. Tutti urlano “Allah akbar” (Allah è
il più grande), ma tutti sanno che è meno grande della
parola narrata, meno grande di Ardeniza, meno grande di
Vittoria Colonna, la cui poesia sorvola il Mediterraneo
della Guerra e feconda di perdono e ammirazione le aride
sabbie del deserto.
Un meta romanzo, quello di
Nigro, in cui il tramite tra mondo narrato e lettore è
costituito dalla impotente Santa Maria delle Battaglie. Un
escamotage narrativo di folgorante bellezza, che
affascina e trascina nel pantano dell’impotenza divina,
nella scoperta di una possibilità umana, data dalla parola e
dalla sua capacità di trarre fuori dall’oblio ogni storia,
ogni percorso.
Santa Maria delle Battaglie
non è un romanzo storico, ma un romanzo filosofico, il quale
si dispone su un piano formale ineccepibile. Nigro, usando
la dialettica come metodo di indagine, investiga l’umano, lo
interroga radicalmente e senza sosta, senza la speranza di
ottenere risposte, ma col desiderio di tracciare una
possibile alternativa alla fede cieca, alla demenza figlia
dell’abbandono, all’ignoranza dell’affidarsi al cielo. La
terrestrità di Nigro è una sorta di amor fati, in cui
il “sì” non è al destino, ma alla parola che lo può
cambiare, alla voce che può deformare lo spazio e con esso
il tempo. Quel suono fatto di sangue, sesso, carezze e
fragranze mortali. Anche San Michele ne subisce la chiamata,
anche Santa Maria delle Battaglie cade nel fango, ammette la
sua inettitudine divina e riconosce la straordinaria
vitalità della parola umana. Perché in essa c’è pneuma,
soffio vitale, la tragedia di una consapevolezza: il divino
è impotente perché l’uomo lo scolpisce nell’ulivo o nel
marmo, e così facendo lo rende reale, gli dà vita, ma non
onnipotenza; quell’uomo, quel creato, costituito con
la stessa materia delle stelle, il quale vince soltanto
quando si pone ad ascoltare una storia o quando ne racconta
una così straordinaria come quella di San Raffaele Nigro
della Penna Vermiglia.
^SOPRA^
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